Conoscere i fenomeni mafiosi per combatterli.

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di Daniele Gareri – segreteria del Circolo PD di Novellara

L’operazione Æmilia, con i suoi centodiciassette arresti, risulta essere ad ora la più importante mai avvenuta in Emilia. Come un vaso di pandora scoperchiato con forza, dopo quattro anni di lunghe indagini è chiaramente emerso come dal 1982 (data del confino ai danni del boss Dragone) ad oggi, la ‘ndrangheta ha letteralmente preso casa tra la bassa e la prima collina. Da Montecchio a Brescello, passando da Reggio Emilia, la trama criminale si è infittita giorno dopo giorno alimentata da imprenditori calabresi e reggiani, esponenti del mondo politico e criminali di professione. Al centro la famiglia Grande Aracri che negli anni si è imposta con la forza economica. Niente più omicidi, niente più violenze: la ‘ndrangheta usa il potere economico per i proprio affari pilotando gli appalti al massimo ribasso, corrompendo funzionari pubblici ed investendo in edilizia, movimento terra e trasporti. Il nostro territorio però ha reagito colpevolmente in ritardo. Trent’anni di quiete hanno permesso ai clan mafiosi di organizzarsi e spartirsi la torta. La crisi economica iniziata intorno al 2007 ha fatto si che la guerra intestina ricominciasse, nascosta all’opinione pubblica, tra cene in cui si pianificavano le future mosse e qualche incendio intimidatorio a chi non dava il proprio “contributo alla famiglia”. Tutto questo grazie a fiancheggiatori senza distinzioni d’origine, d’estrazione sociale e politica. Quei sostenitori di una mafia silenziosa ma attiva, gli stessi che per anni hanno negato la presenza pur essendo gli unici a sapere quale fosse la struttura criminale nel reggiano. La famosa “zona grigia” quella composta da professionisti in giacca e cravatta, che fa da collante tra la melma criminale e quella politica. La presenza di questa “zona” ha fatto si che l’ndrangheta, come la mafia siciliana alcuni decenni fa, abbia fatto il salto di qualità. A rimetterci è il territorio emiliano con tutti i suoi cittadini onesti. E a causa delle generalizzazioni ci rimettono anche le tantissime persone di origine cutrese che abitano in provincia. Quattro famiglie mafiose infangano una comunità che conta migliaia di persone insediatasi a Reggio Emilia intorno agli anni 50, fatta di lavoratori onesti scappati dalla morsa della povertà nel grande periodo delle migrazioni dal sud al nord Italia. Ben vengano quindi dai cutresi e dai reggiani, le forti condanne a questo fenomeno mafioso, non c’è spazio per chi delinque. E ben vengano anche le prese di posizione chiare e nette delle comunità, delle amministrazioni e delle istituzioni. Ma quest’ultime sono chiamate a fare di più: non bastano le parole, servono i fatti. In tutti i comuni sarebbe opportuna la presenza dello “Sportello della Legalità” applicato con successo in molte città italiane, per tenere monitorato il territorio ed il suo tessuto economico, così da poter denunciare le anomalie in collaborazione con le autorità.

E poi continuare a promuovere attività legate al tema “mafie e legalità” che permettono ad ognuno di noi di comprendere e capire come funzionano i fenomeni mafiosi. La mafia 2.0 si combatte con la consapevolezza e la conoscenza ed accendere i riflettori su di essa è la prima mossa per vincerla. “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene” diceva Paolo Borsellino tanti anni fa. A distanza di trent’anni queste parole sono più che mai attuali.

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